
Il NOME
Il Sarno è un piccolo fiume della
Campania che, a dispetto della sua brevità (appena 24 km), può contare
su un bacino notevolmente esteso (c. 500 km²). Lo storico Marco Onorato
Servio (ad Aeneida, VII 738) ci ha tramandato l’informazione che i
primi abitanti della valle furono i Sarrastri, una popolazione
pelasgica, proveniente dal Peloponneso, e che furono loro a chiamare
Sarno il fiume e se stessi Sarrasti.
IL BACINO
Il bacino del Sarno, nel
senso est-ovest, va dai monti Picentini (in territorio di Solofra) al
golfo di Napoli (in Comune di Castellamare di Stabia), mentre, nel
senso sud-nord, va dai monti Lattari ai monti di Sarno, per una
estensione complessiva di 438 km², interessanti le province di Salerno,
Napoli ed Avellino. Dal punto di vista politico-amministrativo, il
predetto bacino si compone di 39 Comuni, di cui 18 appartengono alla
Provincia di Salerno, 17 alla Provincia di Napoli e 4 alla Provincia di
Avellino.
IL CORSO
Il Sarno nasce, ad una quota
di circa 30 metri sul livello del mare, alle pendici del monte Saro,
che fa parte del gruppo montuoso del Sant’Angelo-Pizzo d’Alvano, il
quale, a sua volta, rappresenta la propaggine occidentale dei Monti
Picentini, una catena montuosa a cavallo delle province di Avellino e
Salerno, caratterizzata da una distesa forestale di oltre 40.000 ettari
e da numerosi torrenti, che rendono quest’area il più ricco serbatoio
di acqua potabile dell’Italia meridionale. Il tratto iniziale del
fiume, un tempo, era alimentato da diverse sorgenti, ma, a partire
dalla metà del secolo scorso, le maggiori portate furono captate per
alimentare l’Acquedotto Campano. Il Sarno, comunque, continua ad essere
alimentato dalle acque di tre sorgenti, la più importante delle tre è
la sorgente denominata Foce, che si trova a nord-ovest della città di
Sarno e dalla quale traeva origine anche il Canale del Conte di Sarno,
un canale artificiale fatto costruire nel corso del 1500. La seconda
sorgente si trova alle spalle del centro abitato ed è conosciuta come
Palazzo. La terza è la sorgente Santa Marina e si trova nei pressi di
una frazione di Sarno, chiamata Lavorate.Queste alimentano tre rivoli,
il Rio Foce, l’Acqua di Palazzo e l’Acqua Santa Marina, i quali, dopo
un percorso, rispettivamente, di 2,5 km, 2 km e 6,7 km circa, si
incontrano in una località, nota come l’Affrontata dello Specchio, dopo
di che si avviano, come un unico corso d’acqua, lento e sinuoso, verso
occidente, segnando, per alcuni tratti, i confini delle province di
Salerno e di Napoli, nonché quelli dei Comuni di Sarno, Striano,
Poggiomarino, San Valentino, San Marzano, Scafati, Pompei,
Castellammare di Stabia e Torre Annunziata.Dopo l'Affrontata dello
Specchio, il fiume, lungo il suo corso, incontra il ponte di S.Marzano
e, subito dopo, riceve, in riva sinistra, il tributo del Fosso
Imperatore e poco più a valle quello del rio San Mauro.Una volta
raggiunto il punto di confluenza con l’Alveo Nocerino, il corso del
fiume è caratterizzato da diverse opere idrauliche, che furono
realizzate per fronteggiare essenzialmente due problemi: il deflusso
delle acque, alterato dai cospicui apporti dell’Alveo Comune Nocerino,
e la bassa pendenza del fondo, che si aggira intorno allo 0,1%.Per
fronteggiare i detti problemi, parallelamente al fiume, furono
costruiti due alvei artificiali: il rio Mannara (o Controfosso
sinistro) e il Canale Piccolo Sarno. A questi due va aggiunto il
Controfosso Destro dell’Alveo Nocerino, che, sempre allo scopo di non
incrementare la portata del predetto corso d’acqua, sottopassa a sifone
l’alveo principale, per confluire nel Controfosso Sinistro, il quale
raccoglie anche la modestissima portata di un altro corso d’acqua
naturale, il fiumicello di Acquaviva, che un tempo raggiungeva
direttamente il Sarno.Le acque raccolte dal Canale Piccolo Sarno e
quelle convogliate dal Controfosso sinistro ritornano nel corso del
Sarno alcuni chilometri più a valle: il primo, infatti, si reimmetteva
in un’ansa del fiume posta a valle della frazione S.Pietro di Scafati
(oggi, invece, mediante un canale che sottopassa il Sarno, raggiunge il
Controfosso sinistro), il secondo lo fa a valle della traversa di
Scafati.Nel centro di Scafati, accanto alla Chiesa Madonna delle
Vergini, il fiume incontra la traversa di Scafati, che, di fatto, è la
versione moderna dello sbarramento fatto costruire nel ‘600 dal Conte
di Celano. In corrispondenza di quest’opera idraulica, il corso d’acqua
si suddivide in due parti: il corso principale, che è ancora il fiume
vero e proprio, e una sua derivazione, il canale Bottaro. Quest’ultimo,
dividendosi dal Sarno, gli sottrae una portata di circa 2.000 litri al
secondo, che viene utilizzata in parte per l’irrigazione di terreni,
posti lungo la riva destra del fiume, ed in parte per usi industriali.
Quello che ne resta ritorna nel Sarno a circa un chilometro dalla foce,
a monte dello stabilimento Lepetit. Il canale Bottaro fu costruito
contemporaneamente alla più nota traversa, al fine di alimentare alcuni
mulini, in località Bottaro appunto, di proprietà di Alfonso
Piccolomini d’Aragona, Conte di Celano, e probabilmente con l’ulteriore
scopo di fare concorrenza agli eredi del Conte di Sarno, che, pochi
anni prima, aveva fatto costruire il canale, che da lui aveva preso il
nome.Dopo un ultimo tratto, il Sarno conclude la sua corsa di circa 24
chilometri, arrivando nel Tirreno di fronte al pittoresco scoglio di
Rovigliano.
NAVIGABILITA' DEL SARNO
Il primo, fra gli autori antichi a riferire l’informazione circa la
navigabilità del Sarno, fu il geografo Strabone:Νώλης δέ καί Νουκερίας
καί ’Αχερρών, όμωνύμου κατοικίας τής περί Κρέμωνα, έπίνειόν έστιν ή
Πομπαία, παρά τώ Σάρνω ποταμώ καί δεχομένω τά φορτία καί
έκπέμποντι.(Nola, Nocera e Acerra si servivano di Pompei come porto e
il fiume Sarno era utilizzato per il traffico fluviale).
IL SARNO FIUME E DIO
Il Sarno, in epoca antica,
al pari di altri fiumi più famosi, svolse un ruolo di promotore della
civiltà umana e, per questo, fu adorato come un dio. Di esso è stata
tramandata un’ immagine quasi univoca e facilmente riconoscibile: un
vecchio con la barba, seminudo, disteso su un fianco e circondato da
piante fluviali (in genere canne e papiri), nell’atto di reggere un
vaso da cui sgorga acqua. La più notevole delle rappresentazioni note
del dio Sarno è certamente quella esistente in Sant'Egidio del Monte
Albino sul cosiddetto Fonte Helvius.
L'ERUZIONE DEL VESUVIO
A seguito
dell’eruzione del 79 d.C., buona parte della valle fu ricoperta di
materiale vulcanico, il cui spessore variò, in funzione di vari
fattori, da pochi centimetri alle decine di metri, ma comunque il
risultato fu che sotto quella coltre scomparvero terreni coltivati,
case, strade e corsi d’acqua. È probabile che da questo evento il corso
del Sarno ne sia uscito fortemente modificato, se non addirittura
stravolto, tanto è vero che, qualche centinaio di anni dopo e
precisamente nel 553, del fiume si era perso anche il nome:Κατά τούτου
δέ τού Вεβίου τόν πρόποδα ϋδατος πηγαί ποτίμου είσί. Καί ποταμός άπ’
αύτών πρόεισι Δράκων όνομα, ος δέ άγχιστά πη τής Νουκερίας πόλεως
φέρεται.(gli eserciti [del bizantino Narsete e del goto Teia,] si
schierarono sulle rive del fiume Dracone che scorre presso la città di
Nocera)
IL FIUME E LE ATTIVITA' ANTROPICHE
Oltre alla
pesca, alla irrigazione ed al trasporto delle merci, sin dal Medio Evo
si ha notizia della esistenza lungo il corso del fiume di numerosi
mulini. Tuttavia l'attività, che più di ogni altra caratterizzò il
fiume, per le sue ricadute positive (sotto l'aspetto economico) e
negative (sotto il profilo sanitario), fu quella delle fusare, una
sorta di laghetti artificiali destinati alla coltivazione della canapa.
Dal momento che la valle degrada verso il mare con una pendenza
bassissima, il fiume Sarno accumulava sedimenti con una velocità
impressionante. Per questa ragione, fin dal medio evo si ha notizia del
fatto che che le istituzioni, allo scopo di impedire fenomeni di
esondazione, provvedevano alla pulizia del fondo del corso d'acqua e
alla rimozione della vegetazione (detta moglia), che si formava lungo
gli argini. Seguendo, quindi, una consuetudine che si era consolidata
nel tempo, la pulizia veniva eseguita a cura della Città di Sarno, ma
col concorso nella spesa delle Università di S.Valentino, S.Marzano,
Striano e S.Pietro di Scafati. L'operazione avveniva facendo scendere
nelle acque del fiume una mandria di bufale (non meno di trenta o
quaranta animali), le quali con gli zoccoli agitavano il limo sabbioso
del fondale e ne facilitavano il trasporto verso valle da parte della
corrente.
L'ESTENSIONE ARTIFICIALE DEL BACINO
Prima del 1803, il fiume, una volta giunto a nord di San Marzano,
accoglieva in sinistra idraulica il Fosso Imperatore e poco più a
valle, il Rio San Mauro. Dal 1803, con l'intervento eseguito
dall'allora Soprintendenza dei Ponti e delle Strade (teso a risolvere
il problema degli allamenti di Nocera e dei suoi casali), di realizzare
canali artificiali per convogliare le acque della Cavaiola e della
Solofrana nel Rio San Mauro, si produsse la prima sostanziale
alterazione del fiume Sarno, ampliandone artificialmente il bacino e la
portata. Con la realizzazione, nel 1857, del canale artificiale
denominato Alveo Comune Nocerino, che strutturò definitivamente il
corso delle acque congiunte della Solofrana e della Cavaiola, dal
Quartiere militare di Nocera Inferiore fino al fiume, in un punto a
valle dell'immissione del Rio San Mauro, l'alterazione è divenuta
difenitiva.
LA RETTIFICA DEL BASSO SARNO
Agli inizi
del 1600, Alfonso Piccolomini, feudatario di Scafati, allo scopo di far
funzionare due nuovi mulini di sua proprietà in località Bottaro, fece
scavare un canale artificiale e fece costruire uno sbarramento sul
corso del fiume. La novità comportò due conseguenze negative: la prima
fu una drastica riduzione della navigabilità del fiume e la seconda fu
l’allagamento di vaste aree a monte della diga, con danni incalcolabili
all’attività agricola ed alla salute delle popolazioni della valle. A
seguito di vari ricorsi, fu avviato un giudizio presso il Consiglio
Collaterale di Napoli, che si concluse favorevolmente per gli attori,
ma solo nel 1630. Sennonché il Conte rimosse la diga, ma, nel 1656,
innalzò un nuovo sbarramento e, questa volta, la vertenza diventò
addirittura secolare. Nel 1843, infatti, a seguito di un preciso
quesito del Re, un Ufficiale del Genio Militare, il Tenente Colonnello
Vincenzo degli Uberti, fu chiamato a relazionare circa la possibilità
di rimuovere le cause, che rendevano la valle malsana per la
stagnazione delle acque del fiume, salvando nel contempo i mulini del
feudatario di Scafati.
Si giunse così al 1855, quando la lunga contesa fra Università e
feudatari trovò una imprevista soluzione. Ferdinando II, infatti,
decise di rendere navigabile il fiume, da Scafati alla foce, in modo
che da mare si potesse raggiungere il polverificio che era stato
costruito in quella città . Il progetto richiese la rettifica del corso
del basso Sarno, la cui lunghezza, eliminando una serie di tortuosità,
fu ridotta dai 12 chilometri iniziali a soli 5 chilometri e, nello
stesso tempo, comportò la bonifica dei terreni a monte. L’intervento,
che durò fino al 1915, recepì l’orientamento di tenere in vita il
sistema delle chiuse e di salvare le industrie esistenti.
Bisogna ammettere che si trattò di un interevento, che incise
profondamente sulla geografia e sulle condizioni igienico-sanitarie
della valle, costituendo la premessa per una ripresa economica senza
precedenti.
LA RETTIFICA DELL'ALTO SARNO
Quando, nel 1860,
i Borboni persero il Regno delle due Sicilie, l’orientamento politico
mutò. Il Governo post-unitario, infatti, era meno favorevole
all’interventismo pubblico, ma fortunatamente questo non bloccò
l’attività dell’Amministrazione delle Bonifiche, anzi l'opera di
risanamento continuò anche dopo l’Unità d’Italia e, in quel periodo,
riguardò soprattutto l’alto corso del Sarno, con interventi di
raddrizzamento del corso d’acqua e di eliminazione delle anse
(limitatamente al rio Foce) per favorire una maggiore velocità di
deflusso.
Fonte informazioni: Wikipedia
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